Pubblicata sul catalogo della manifestazione “Calandriniana – Come nasce un quadro – Laboratorio incontri d’arte” che si svolge ogni agosto a Sarzana (www.calandriniana.it)
La pittura in Matteo Arfanotti è quieto esercizio di meditata e pensosa esecuzione.
Dopo un inizio di più esplicita e dichiarata narratività fors’anche sovraffollata e quasi lenticolare nella definizione delle parti, in questi ultimi anni ha saputo ridurre e semplificare la rappresentazione delle immagini, individuando quindi assai precocemente il proprio universo pittorico, lui ancora del resto estremamente giovane alla soglia appena dei trent’anni.
In questa rapida e positiva evoluzione ritengo non vi sia da cogliere alcun opportunistico accomodamento, considerata la probità della persona, quanto piuttosto la logica conclusione, frutto di una non comune perizia tecnica, di un appassionato ed assiduo lavoro, e di nutrita e selezionata cultura figurativa;
di tale portata da configurarsi come una naturale predisposizione ad un racconto per immagini a più livelli e di complessa lettura interpretativa pur sostanziata di scoperta poeticità e di mirabile sorvegliatissima struttura compositiva.
Lontano da ogni suggestione della contemporaneità, Matteo si è subito mosso su un terreno di aspra e monumentale visionarietà che affonda le proprie radici nella storia e nella memoria della nostra appartenenza, esemplata nelle prodigiose statue-stele di Lunigiana di sorprendente e modernissima sintesi plastica, misteriose icone di un tempo estremamente a noi remoto, enigmatiche e conturbanti presenze ancora capaci di trasmetterci forti emozioni visive.
La pittura di Arfanotti è fortemente intrisa di questa sobria quasi scarnificata visione, incidenza formale che l’artista ha profondamente acquisito ritenendola a lui consentanea, punto di partenza, e non limite, della propria avventura pittorica.
All’interno della quale si dipanano tutte queste verosimili storie ove prevalentemente compare la Luna come elemento centrale e dirimente delle storie medesime: popolate da silenziose, arcane figure dai gesti lenti e ritmati, dalle espressioni assorte in una profondità senza limiti e fors’anche senza misura, irrimediabilmente mute, vigili testimoni di una vita altra, lontana, insondabile.
Figure che sanno trasmetterci l’interno palpito della forma, nei suoi più accertati valori, che si evidenziano e si sostanziano in piani e in volumi sorretti da una stesura pittorica prevalentemente monocromatica, che ne accentua e definisce la monumentalità, variata in impercettibili e ben graduati passaggi chiaroscurali.
Esiti estremi di figure collocate in paesaggi che altro non sono che i luoghi di Lunigiana esemplati nei castelli che ne sono la loro più iconica rappresentazione-identificazione.
Un codice morfologico quindi fortemente evocativo di un immaginario poetico che in Matteo Arfanotti si traduce in una acuta quasi allarmata restituzione di una natura (figure – paesaggi – cose) che è dentro la storia in quanto essa stessa storia.
Fantastico viaggio il suo, verso esiti giustamente imprevedibili, ma la cui rotta riteniamo sicura, conoscendo l’autenticità di questo artista figlio consapevole e memore di questa nostra terra di Lunigiana, da lui così a lungo e consapevolmente indagata, tanto da farne il motivo centrale e quasi esclusivo della propria vicenda d’artista.
Sino ad ora: perché il futuro tutto ancora gli appartiene, aperto com’è a risultati ricchi di ulteriori verifiche ed approfondimenti, certamente sorprendenti fors’anche inattesi.
Graziano Dagna
Marinella di Sarzana
Agosto 2004